La rivoluzione passa in Tv coi Post Nebbia


Sono una delle cose più fresche del panorama musicale italiano. Li avevamo già adocchiati per le nostre Song Of The Day e abbiamo pensato di approfondire il discorso facendo quattro chiacchiere con Carlo Corbellini. Buona lettura!

Ciao ragazzi, grazie dell’opportunità. Ascoltando Canale Paesaggi c’è qualcosa che non va, nel senso che siete giovanissimi eppure dentro ci sono tantissimi echi musicali, letterali e di cultura pop: come ci è finita tutta questa roba nel calderone?

Penso di essere stato molto fortunato sia per la casa in cui sono cresciuto in cui la musica, il cinema e la letteratura sono sempre state cose importanti che per aver avuto l’opportunità insieme agli altri di iniziare a suonare molto presto nella mia vita.

La televisione nel disco assume un significato metaforico, sembra quasi richiamare La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock: lo spettatore è lì inerme, quasi passivo di fronte al susseguirsi degli avvenimenti. Invece voi scavate proprio nelle sue emozioni, il risultato è piuttosto straniante ma tremendamente realistico. Come ci siete arrivati a questo equilibrio? Era un tuo obiettivo?

Diciamo che i testi partono sempre da un processo di autoanalisi, che in questo caso è in rapporto alla televisione. Ho cercato di raccogliere le mie esperienze con questo mezzo e restituirle nel modo più fedele possibile esagerando alcuni aspetti dove necessario.

Il disco sembra nascondere a stento un aspetto distopico. È come se volesse mettere in guardia l’ascoltatore senza moniti, ma semplicemente descrivendogli alcune sensazioni. È una scelta molto letteraria, ci sono scritti che vi hanno influenzato per il mood di questo album?

Penso che ci siano tre opere da citare: tennis, tv, trigonometria, Tornado e Infinite Jest di David Foster Wallace e Fare Un Film di Federico Fellini: due saggi e un romanzo che hanno tutti in comune il punto di partenza, ovvero l’immagine, e questo disco in un modo o nell’altro ruota intorno ad essa.

E per i testi? Perché dal punto di vista prettamente estetico sono chirurgici, scarni, didascalici. Insomma, poco narrativi e molto legati a una certa poesia del Novecento.

Penso che la leggerezza dei testi sia una questione più che altro di forma, dal momento che il progetto é molto saturo dal punto di vista sonoro e dei contenuti, e questa saturazione mastica un po’ lo spazio che potrei dare alla decorazione dei testi diciamo.

Trasliamo la domanda sul sound, che è ricco di suggestioni. Ce n’è qualcuna che vi ha segnato più di altre?

In questo disco penso di essere riuscito a incorporare una vena più black/ abstract hip-hop rispetto a quello prima. Un disco che mi sentirei di citare è Shades Of Blue di Madlib, disco tramite il quale a 15 anni ho scoperto tutto un universo di sonorità jazz, funk e soul.