Magazine / Issue #30

Inude – We Share

Italian band Inude shared last month this indie-electronic gem, a sparkling journey that follows inspired guitars and spacey landscapes. The trio talked about the single explaining: «When the loneliness gets the better of you and other people’s approval no longer eases your insecurity you have two choices: the first, you can hide away in silence but this is the fastest way to get lost and disappear. The second, you can share your feelings and fears, open yourself up to the people around you and face your vulnerability. This is the most difficult option, but choosing this path will teach you to affirm your identity by accepting and loving yourself.» Enjoy it!

Slowthai – Nhs

Named after his Britain’s National Health Service, Nhs is the new single from Northampton irreverent act Slowthai. It anticipates his new album Tyron, out 2/5 via Method/AGWE/Interscope. Enjoy it!

Comunicare l’altrove con L’Albero

Ci sarebbe molto da dire su L’Albero. Siamo nel campo del cantautorato, ma le suggestioni sono molteplici. Abbiamo pensato di farci raccontare di più da Alberto. Buona lettura!

Ciao Andrea, grazie della disponibilità. Partiamo da Solo Al Sole, che mescola cantautorato italiano e americano, ma anche un retrogusto psichedelico. Come convivono queste suggestioni nella tua scrittura?

Ciao e grazie a voi di ospitarmi! Cerco di far convivere queste diverse influenze nel modo più naturale e spontaneo, anche se alla base c’è un grande lavoro e un intenso sforzo di sintesi. Ho iniziato a scrivere canzoni in inglese talmente era forte in me il fascino per la musica britannica e americana. Questo fascino non è mai scomparso, si è solo fatto da parte per un momento, consentendo così alla mia parte più italiana di prendere il suo posto per poi dare vita a quella sintesi di cui parlavo. È un’operazione già realizzata in passato dagli autori a cui cerco di ispirarmi di più, parlo di Luigi Tenco, Franco Battiato, Lucio Battisti e Pino Daniele. Loro hanno saputo dare origine ad una musica italiana ma allo stesso tempo non italiana, universale. Hanno saputo amalgamare il loro interesse per la musica straniera con il loro essere italiani. Quando parlo della mia passione per la musica in inglese non penso solo al cantautorato ma anche alla psichedelia, dagli anni 60 fino ad arrivare a quella più recente degli anni duemila, soprattutto per quanto riguarda l’uso della voce; per me deve avere quasi un valore ultraterreno, direi mistico, deve comunicare l’altrove. Cerco quindi di rinnovare quello che è stato fatto in passato, provo a far rivivere quello spirito che forse si è un po’ smarrito nel tempo. Cerco di non forzare mai la musica nei confronti della parola, cerco un equilibrio tra la parte musicale e quella delle parole, canto in italiano ma potrei farlo in inglese, questo è un po’ quello che provo a fare.

Quanto è stata importante l’esperienza live coi The Vickers per L’Albero? Incontri e concerti in Europa immagino ti abbiano segnato artisticamente e dal punto di vista personale.

Quella con The Vickers è stata un’esperienza fondamentale. Sono stata la mia band, l’unica. Grazie a quella esperienza ho conosciuto la musica live in Italia e all’estero, dai piccoli bar francesi ai festival più grandi come il Reverence Valada in Portogallo o il Primavera Sound di Barcellona. Ho potuto conoscere le realtà musicali europee, ho incontrato persone eccezionali, insomma un bagaglio umano e professionale dal valore inestimabile. Senza quella esperienza mi riesce difficile pensare a me oggi. Fare musica stando in una band è qualcosa di molto diverso che avere il proprio progetto solista, un’esperienza che consiglio a tutti i ragazzi che iniziano a suonare. Questo lo dico perché ultimamente si sta perdendo il concetto di gruppo e in generale la voglia di suonare insieme tra individui. Se c’è un potere che ha quello della musica è anche quello di essere un linguaggio che serve a comunicare ed entrare in contatto con gli altri.

credits Francesco Marchi

Ascoltando tutto il disco credo ci siano due momenti che lasciano intravedere qualche possibile evoluzione sul sound futuro. Parlo di Vengo a Prenderti e dell’intermezzo Il Mattino Ha L’Oro In Bocca.

Sono due canzoni un po’ atipiche rispetto a tutto il resto dell’album. Sicuramente nel sound che avrò in futuro ci saranno elementi di questi due brani. Entrambi i pezzi hanno elementi che amo e a cui tengo molto per il mio suono; le chitarre acustiche e il sax di Vengo a prenderti, e l’uso di sintetizzatori analogici vintage come ne Il mattino ha l’oro in bocca. Credo che nel sound futuro darò maggiore spazio ai sintetizzatori perché mi aiutano a raggiungere quelle sensazioni di ineffabilità e visionarietà che cerco di comunicare con la mia musica. Inoltre ci tengo molto perché i sintetizzatori sono presentissimi nella produzione musicale italiana degli anni settanta, è un tipo di suono che sento molto vicino. In generale credo che rimarrà in me la passione per la scrittura e la produzione di brani strumentali. Tornando per un attimo a Vengo a prenderti, il solo di sax è un mio chiaro omaggio con mia grande riconoscenza verso il lavoro di James Senese con Pino Daniele, una delle esperienze più eccitanti e creative della musica d’autore italiana. Credo che questa mia infatuazione proseguirà anche in futuro.

Per quanto riguarda i testi, c’è qualche cosa che ha influenzato la tua scrittura? Qualche film, album o libro?

Quando si è musicisti credo sia bello e importante farsi influenzare soprattutto da tutto ciò che non è musica, sembra paradossale ma per me è così. A volte può ispirarmi di più un film o un libro rispetto a un disco. Tutto quello con cui hai a che fare, dalla chiacchierata con un amico, una frase letta su un giornale, a un quadro visto da qualche parte, confluisce in quello che pensi e quindi che scrivi. Rispetto al mio primo album, nei testi di questo disco ci sono molti più riferimenti alle situazioni fisiche, i luoghi, i posti da cui fuggire (Cenere, Parlami di te, Solo al sole) i nuovi lidi a cui approdare (Volo573, Vengo a prenderti). Questi riferimenti credo derivino dalla feroce lettura che ho fatto di Ennio Flaiano, credo che il suo modo intelligente, ironico, un po’ cinico, un po’ poetico di descrivere la realtà quotidiana italiana mi abbia influenzato nella definizione di alcuni testi. Un altro autore che in qualche modo c’è nel disco è Carmelo Bene, in particolare ho letto Nostra signora dei turchi. Bene mi affascina per il suo senso di rifiuto di tutto ciò che è contemporaneo, il suo essere unico, in un’epoca di copie e di rimandi continui la sua unicità è ancora oggi stupefacente. Non posso non citare infine la poesia di Aldo Palazzeschi, fiorentino come me, e di altri poeti italiani lievi e timidi come Sergio Corazzini e Vittorio Sereni, anime sensibili, inadatte alla violenza della vita. Per lo strumentale Noia e illuminazione ho pensato molto alle musiche di Teo Usuelli per il film Dillinger è morto di Marco Ferreri e quelle di Piero Piccioni scritte per il documentario Rai/Esso degli anni settanta L’Italia vista dal cielo. Un bellissimo documentario con meravigliosi testi a cura di letterati e storici dell’arte dell’epoca. Ecco, la Rai degli anni sessanta e settanta è una di quelle cose che mi fornisce sempre un sacco di spunti, la qualità era talmente alta che non si può rimanere indifferenti!

Arrowleaf – Nothing To Say

Missoula (MT) based indie rock band Arrowleaf brought to life this bedroom pop pearl, a bittersweet song in which all the talent of these guys is shown. Let them hypnotize you with indie guitars, horns and an intimate voice. Enjoy it!

Tsha – Renegade (feat. Ell Murphy)

London based DJ and producer Tsha has created a sound that is diverse and intricate, giving foundation to her unique personal style that draws on influences from the likes of Bonobo, Jon Hopkins, Floating Points and Four Tet. Here it is Renegade from here last Ep Flowers, enjoy it!

La rivoluzione passa in Tv coi Post Nebbia

Sono una delle cose più fresche del panorama musicale italiano. Li avevamo già adocchiati per le nostre Song Of The Day e abbiamo pensato di approfondire il discorso facendo quattro chiacchiere con Carlo Corbellini. Buona lettura!

Ciao ragazzi, grazie dell’opportunità. Ascoltando Canale Paesaggi c’è qualcosa che non va, nel senso che siete giovanissimi eppure dentro ci sono tantissimi echi musicali, letterali e di cultura pop: come ci è finita tutta questa roba nel calderone?

Penso di essere stato molto fortunato sia per la casa in cui sono cresciuto in cui la musica, il cinema e la letteratura sono sempre state cose importanti che per aver avuto l’opportunità insieme agli altri di iniziare a suonare molto presto nella mia vita.

La televisione nel disco assume un significato metaforico, sembra quasi richiamare La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock: lo spettatore è lì inerme, quasi passivo di fronte al susseguirsi degli avvenimenti. Invece voi scavate proprio nelle sue emozioni, il risultato è piuttosto straniante ma tremendamente realistico. Come ci siete arrivati a questo equilibrio? Era un tuo obiettivo?

Diciamo che i testi partono sempre da un processo di autoanalisi, che in questo caso è in rapporto alla televisione. Ho cercato di raccogliere le mie esperienze con questo mezzo e restituirle nel modo più fedele possibile esagerando alcuni aspetti dove necessario.

Il disco sembra nascondere a stento un aspetto distopico. È come se volesse mettere in guardia l’ascoltatore senza moniti, ma semplicemente descrivendogli alcune sensazioni. È una scelta molto letteraria, ci sono scritti che vi hanno influenzato per il mood di questo album?

Penso che ci siano tre opere da citare: tennis, tv, trigonometria, Tornado e Infinite Jest di David Foster Wallace e Fare Un Film di Federico Fellini: due saggi e un romanzo che hanno tutti in comune il punto di partenza, ovvero l’immagine, e questo disco in un modo o nell’altro ruota intorno ad essa.

E per i testi? Perché dal punto di vista prettamente estetico sono chirurgici, scarni, didascalici. Insomma, poco narrativi e molto legati a una certa poesia del Novecento.

Penso che la leggerezza dei testi sia una questione più che altro di forma, dal momento che il progetto é molto saturo dal punto di vista sonoro e dei contenuti, e questa saturazione mastica un po’ lo spazio che potrei dare alla decorazione dei testi diciamo.

Trasliamo la domanda sul sound, che è ricco di suggestioni. Ce n’è qualcuna che vi ha segnato più di altre?

In questo disco penso di essere riuscito a incorporare una vena più black/ abstract hip-hop rispetto a quello prima. Un disco che mi sentirei di citare è Shades Of Blue di Madlib, disco tramite il quale a 15 anni ho scoperto tutto un universo di sonorità jazz, funk e soul.

Tv Priest – This Island

London based band Tv Priest released their debut album Uppers a couple of weeks ago. Frontman Charlie Drinkwater claimed the tune «is about incoherence and inarticulate responses, both personal and political, in a time and place you don’t fully understand anymore. It’s an unrequited love letter, and a howl of frustration; a mea culpa and a call to arms. We wrote this to an increasingly nationalistic and isolationist drum beat playing out at home and abroad, and frankly we are scared and appalled.» Enjoy it!

Magazine / Issue #29

Tallisker – Désir

Rouen singer Tallisker continues to cross traditional Persian influences and Western pop culture with Désir. Extract from his Ep Azadi released in early February, the clip directed by Mateusz Białęcki reveals an aesthetic, feminist and emancipatory reading. Enjoy iyt!